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  • Bene, signorino, grazie” rispose “Carmela è ormai signorina, ha tredici anni, Luana deve andare in prima media e Solange fa ancora la terza elementare, sono tutte e tre molto brave a scuola, glielo dico sempre di studiare” e intanto mi sorrideva e faceva muovere il suo bel culone apparecchiando la tavola.

    “E tuo marito Salvatore come sta ?” le chiesi “Bene, bene anche lui, ma è fissato col figlio maschio, ne vorrebbe uno e sarebbe disposto a tutto” rispose con uno sguardo preoccupato.

    “Ma io gli ho già risposto che verrebbe sicuramente un’altra femmina e che lui stavolta impazzirebbe per la delusione”.

    “Non è che voi signorino conoscete un modo sicuro per avere un figlio maschio?” mi chiese quasi scherzando, come se conoscesse già la risposta.

    Non so cosa mi avesse preso, forse il suo culo ondeggiante mi ottenebrava la mente, ma decisi di stare al gioco.

    “A dire il vero, agli ultimi congressi a cui ho partecipato si parlava di un metodo di concepimento naturale, largamente usato nei paesi asiatici, per avere l’assoluta certezza di concepire un figlio maschio…” “Mi state prendendo in giro vero, signorino?” chiese spalancando gli occhi.

    “Non mi permetterei mai” risposi “nella mia posizione certe affermazioni…” “Scusatemi signorino, non volevo offendervi, ma YOUNG GIRLS sarebbe troppo bello per essere vero” mi interruppe con uno sguardo scintillante.

    Decisi di continuare “non è un sistema alla portata di tutti, è necessaria una buona preparazione dei tempi e dei metodi, uno spirito di collaborazione deciso e senza tentennamenti”.

    “Tutto ciò che vuole signorino, ma noi non abbiamo tanti soldi, Salvatore ha perso ancora il lavoro e io…” disse con uno sguardo mesto.

    “Non ti preoccupare Augustina, mi occuperò personalmente del tuo caso e non dovrai spendere una lira” risposi “l’unica condizione che pongo è che non dovrai parlare a nessuno di questa cosa, inoltre dovrai sottoporti a metodi che forse ti sembreranno un po’ strani ma devi aver fiducia in me”.

    “Grazie grazie signorino” rispose quasi con le lacrime agli occhi afferrandomi e baciandomi le mani.

    Le dissi che l’indomani, approfittando dell’assenza di mia madre, le avrei spiegato in dettaglio il metodo e le semplici operazioni che lei avrebbe dovuto seguire.

    Quella notte architettai un piano che sarebbe dovuto risultare abbastanza credibile per Augustina ma nella stesso tempo portarmi diritto allo scopo.

    Domenica, domenica.

    che programmi avevano le sue amiche? Tiro' fuori le chiavi di casa dalla borsetta.

    Che programmi avevano? Ma che le importava, erano tutte stronze, tutte antipatiche.

    Senti' qualcosa di strano nella borsa.

    Plastica.

    Sembrava cellofan.

    Aveva completamente dimenticato di aver portato con se' le calze che le aveva comperato Marco.

    Le aveva messe nella borsa.

    Si porto' le mani alla testa.

    Lui, lui, ancora lui! Ma perche' l'aveva fatto? Perche' si era portata un pezzo di Marco a casa? La sua faccia da porco l'avrebbe ossessionata.

    Il ricordo degli sculettamenti fatti davanti al suo sguardo arrapato l'avrebbe fatta vergognare finche' avesse avuto vita.

    Entro' in casa.

    Accese la luce del corridoio, e si senti' rabbrividire dal freddo.

    I termosifoni erano spenti da un pezzo, a causa del maledetto termostato digitale che faceva tutto da solo.

    Glielo aveva programmato l'elettricista, e lei aveva perso le istruzioni, cosi' non sapeva modificargli il programma.

    Imprecando, chiuse la porta e si rassegno a tremare.

    Appese la borsa all'appendipanni e tolse il cappotto.

    Una doccia, senz'altro, e poi subito a nanna.

    L'acqua bollente le lavo' via la stanchezza.

    Usci' dal box e infilo' un paio dei suoi slip, buttando quelli di Marco nel cesto della biancheria sporca.

    Mentre si faceva schioccare il sottile elastico di pizzo sull'addome si rese conto che il vuoto di stomaco che sentiva era dovuto alla fame.

    Non aveva mangiato niente, quel giorno! Aveva della carne in scatola nel frigo, e dell'insalata.

    Usci' dal bagno avvolta nell'accappatoio.

    Be', se voleva mangiare qualcosa prima di andare a letto doveva coprirsi, perche' non era piacevole battere i denti.

    Avrebbe indossato subito il pigiama.

    Certo il pigiama da solo non faceva granche'; avrebbe messo anche un maglione.

    E sotto, perche' no, un bel collant.

    Aveva da scegliere.

    Barbara attraverso' l'androne velocemente e non prese l'ascensore per paura di incontrarvi qualcuno dentro.

    Dopotutto si sentiva abbastanza malridotta.

    Fece le due rampe di scale che la separavano dal suo appartamento, tiro' fuori la chiave dalla borsetta ed entro'.

    C'era buio.

    Tutte le finestre erano chiuse e le tapparelle abbassate.

    Accese la luce del corridoio.

    Un'ombra.

    Dove? Sembrava aver attraversato il corridoio ed essere entrata in camera da letto.

    Barbara sussulto'.

    Immaginazione, si disse.

    Un'ombra, che assurdita'.

    In casa sua, in pieno giorno.

    Si reco' in cucina e spalanco' completamente la finestra.

    Il sole invase la stanza facendo risplendere gli ottoni e i metalli.

    Sotto di lei, il traffico di Roma, i marciapiedi pieni di gente, il trambusto di sempre.

    Ma quell'ombra.

    Accese il televisore.

    Sul canale memorizzato c'era una soap opera.

    Le erano sempre piaciute le soap opera.

    Alzo' il volume.

    Seguendo distrattamente i dialoghi, si tolse le scarpe e comincio' a spogliarsi.

    Faticosamente sfilo' la minigonna, poi tiro' giu' il collant.

    Tolse anche la camicia e il reggiseno.

    Quell'ombra.

    Getto' gli indumenti smessi nel cesto della biancheria sporca e con le sole mutandine sporche addosso si reco' in bagno, lasciando il televisore acceso e col volume alto.

    Il pavimento era ghiacciato sotto i piedi scalzi e l'atmosfera stessa dell'appartamento le sembrava fredda e ostile.

    Passando davanti alla porta della stanza da letto, si giro' da quella parte.

    Non c'era nessuno.

    Si chiuse in bagno e fece una lunghissima doccia calda, lavandosi meticolosamente la vagina e il sedere.

    Lo scrosciare dell'acqua copriva quasi completamente l'audio del televisore, ma non le importava troppo.

    Voleva solo purificarsi dopo quello che aveva fatto.

    Usci' avvolgendosi in un ampio accappatoio.

    Si vesti' in cucina, davanti al televisore acceso, seguendo il teleromanzo.

    Mise su uno slip piccolissimo, un reggiseno nuovo e un leggero collant blu sul quale fece scorrere uno strettissimo paio di jeans elasticizzati.

    Lui sembrava piu' imbarazzato di lei.

    Ti disturbo? provo'.

    Lui sussulto'.

    Eh? No, no, figurati! Stavo.

    leggendo.

    Ma dammi il cappotto, disse vedendo che lei se lo toglieva.

    Lo prese e senti' qualcosa scattargli dentro quando vide il suo abbigliamento.

    Portava una rigorosa giacca color melanzana sopra una camicetta bianca lavorata a merletti, un'aderente minigonna nera e scarpe coi tacchi.

    Anche le calze, velate e lucide, erano nere.

    E' carino, qui disse Barbara guardandosi attorno.

    Ti sei sistemato bene.

    Insomma, disse lui.

    La guardo' ammirato ancora un pochino, poi le disse: Accomodati pure.

    A cosa debbo l'onore di questa bella visita?.

    Barbara si sedette sul divano in salotto, e accavallo' le gambe, scoprendone sette ottavi.

    Su di esse, le calze frusciarono rumorosamente.

    Aveva delle cosce da premio, osservo' Marco.

    Cominciava a non sentirsi bene.

    Bevi qualcosa? Un amaro? propose subito.

    Lei chino' il capo spostandosi i capelli da una parte.

    Un goccio di Martini va bene, grazie, disse dolcemente.

    Poi, mentre lui preparava i bicchieri, disse: Ti sembrera' strano, ma sono qui per motivi di lavoro.

    Ah, si'?, fece lui versando il Martini.

    Lavoro per una banca, adesso.

    Il Banco Ambroveneto, del quale tu sei da poco correntista.

    Marco le porse il bicchiere e sedette sulla poltrona davanti a lei.

    Davvero? A piazza Zama? Lei annui', sorridendo.

    Poso' il bicchiere sul tavolino e apri' la borsetta, estraendone un cartoncino.

    Il mio biglietto da visita, annuncio'.

    Barbara Bellini, responsabile clienti.

    lesse lui.

    Pero'! Complimenti.

    Ma guarda che combinazione.

    Pensa che ho scoperto che abitavi qui solo perche' il direttore dell'agenzia mi ha incaricato di venirti a fare visita e di proporti un'assicurazione, spiego'.

    Alzo' il bicchiere, e brindarono.

    Bevve un sorso e prosegui': Quando ho controllato la tua cartella ho visto la fotocopia della tua patente e mi sono detta: 'ma guarda un po' chi si rivede'.

    AMATEUR Sono i casi della vita, convenne Marco bevendo d'un fiato il suo Martini.

    Ma non ti ho mai vista nell'agenzia, finora.

    Una specie di strato gelatinoso e biancastro, ancora semiliquido, le formava un'aureola attorno alle labbra dal rossetto completamente sbaffato.

    Senti' come un artiglio che le stringeva il petto.

    Ce so' i fazzoletti de carta dentro ar cassetto der cruscotto.

    I po' prenne, i tengo apposta pe' i passeggeri.

    Gliene porse uno senza togliere gli occhi dalla strada.

    Io.

    balbetto' Barbara.

    Avrebbe voluto cominciare a piangere.

    Strappo' il fazzoletto di mano al tassista e comincio' a sfregare attorno alla bocca.

    La prego, non e' come pensa lei comincio' lottando con le lacrime.

    Oh, Cristo, come faccio a spiegare.

    E intanto le scendevano le lacrime.

    Avanti signori', nun faccia cosi', co' me nun c'e' bisogno.

    N'ho viste de cotte e de crude, io, in quarant'anni.

    Nun ce faccio caso a certe cose.

    L'ho detto solo pe' lei, sa, nun so tutti come me, certi ne potrebbero approfitta'.

    Er discorso che facevamo prima, se ricorda?.

    Il fazzoletto di carta era ormai fradicio delle lacrime di Barbara.

    Il tassista le porse il pacchetto intero, sempre senza guardarla.

    La scongiuro, non si faccia ingannare, non e' come pensa lei singhiozzo' Barbara.

    Adesso il tassista non parlava piu'.

    Guidava con scioltezza, ed era serissimo in volto.

    Per un istante Barbara penso' che avesse intenzione di portarla dalla Polizia.

    Si ricredette quando si fermo' proprio davanti il portone del suo palazzo, incurante del traffico, dopo aver fatto un giro che aveva velocizzato in modo impressionante l'arrivo.

    Lui usci', fece il giro del tassi' e le apri' cavallerescamente la portiera.

    Barbara gli allungo' tre biglietti da centomila dall'interno dell'auto.

    La prego, disse.

    Il tassista prese le banconote e Barbara si allontano' in fretta, coprendosi la bocca e cercando di immaginare il tassista guardare altrove anziche' il suo sedere esaltato dalla minigonna.

    Fortunatamente il portone era aperto.

    Stava ancora laboriosamente comprimendo i fianchi nei jeans quando comincio' a squillare il telefono.

    Dal telecomando abbasso' il volume del televisore e cosi' come si trovava ando' a rispondere.

    Si', pronto, disse.

    Barbara, sei tu?.

    La voce di Marco, ansiosa, preoccupata.

    Sorpresa, lei disse: Si', sono io.

    ma come fai ad avere il mio numero?.

    Ho ricontrollato certe carte dell'Universita'.

    Per un attimo la voce parve farsi ghignante.

    Cosa c'e'? chiese lei.

    Be', io.

    Una pausa, poi: Volevo solo dirti che mi dispiace per quello che e' successo.

    Davvero, non so cosa mi e' preso.

    Spero che tu non abbia pensato male di me.

    Non faccio mai cose del genere.

    Oh, disse Barbara.

    Non devi preoccuparti.

    Anzi, ti diro'.

    e' stato bellissimo.

    Arrossi'.

    Sul serio.

    Non avevo mai provato una sensazione cosi' intensa.

    Un attimo di silenzio.

    Poi: Barbara.

    Si'? Ti amo.

    Lei, sorridendo appena: Anch'io ti amo.

    Rifacciamolo, ti prego.

    Rifacciamolo.

    Sicuro.

    quando vuoi.

    Davvero.

    Stanotte.

    Va bene stanotte? Perfetto.

    Stanotte a casa tua.

    Un bacione, Marco.

    Ciao, bellissima.

    E giu'.

    Disorientata, anche Barbara attacco'.

    Improvvisamente, il televisore in cucina aveva il volume altissimo.

    Lei si giro', incuriosita, e urlo'.

    Un uomo sulla trentina, basso, stempiato, vestito di scuro, le puntava una pistola alla testa guardandola di sbieco.

    Le si avvicino' prendendole le mani mentre lei, paralizzata dal terrore, restava immobile accanto al telefono, tremando come una foglia.

    Strinse i polsi tra le sue dita facendola urlare per il dolore, e avvicinando la bocca alle sue orecchie le disse: Finiscila di agitarti e non fare stronzate se hai cara la pelle.

    Soprattutto non urlare, tanto col televisore cosi' alto non ti puo' sentire nessuno.

    Se farai quello che ti dico io senza protestare ci sbrigheremo in pochi minuti e potrai tornare a guardarti il teleromanzo.

    Barbara mugolo'.

    Lui allontano' la mano con la pistola e con l'altra la spinse verso la stanza da letto.

    Aveva ancora il cazzo di fuori, i peli pubici rappresi nella sborra, le lenzuola sotto di lui avevano chiazze scure e umide.

    Le dimensioni del suo organo erano pero' vistosamente diminuite.

    Ora il palo di poco tempo prima s'era rattrappito fino a diventare un minuscolo moncherino floscio tra la peluria del glande, un appendice di carne e pelle assurda e ridicola.

    Barbara prese i suoi vestiti e usci' dalla stanza senza far rumore.

    Termino' di vestirsi in soggiorno.

    Indosso' il cappotto, prese la sua borsa e fuggi' dall'appartamento.

    Il taxi era ancora li', parcheggiato davanti al portone del palazzo.

    Il tassista stava appoggiato al cofano e leggeva il giornale.

    Barbara aveva completamente dimenticato di essere venuta in taxi; non s'era ricordata di aver portato la macchina dal meccanico perche' il motore era andato fuori fase.

    Il primo pensiero che ebbe riguardo' il tassametro.

    Quanto tempo era stata da Marco? Guardo' l'orologio: mezzogiorno e venti.

    Il tassista la stava aspettando da piu' di un'ora.

    E poi dicono che l'omini e violentano, ae donne! sbotto' il tassista.

    Era un uomo pingue, grave, dall'aspetto volgare e dal fortissimo accento romanesco.

    Ce l'ha con me? sobbalzo' Barbara.

    Co' lei? No, leggevo qui er giornale.

    Hanno violentato una, ieri, erano in sei, facevano a turno dice, l'hanno proprio riempita.

    Ma o sapeva questa come 'nnava vestita? Ciaveva a minigonna che nun se vedeva manco, tanto era piccola, e poppe de fori, li capelli jarivavano ar culo.

    Pe' forza che nun se so potuti trattene', poracci; so' omini, mica robbotte! A corpa e' de quaa mignottona.

    Una donna allora non puo' vestirsi come vuole? fece Barbara entrando nel taxi.

    L'uomo si sistemo' al posto di guida.

    Nun dico questo, signori', ma un minimo de rispetto pe' noiartri Cristi.

    se crede che vede' certi spettacoli nun ce provoca gnente dentro? Ao', mica saranno tutti froci a 'sto mondo!.

    Ingrano' la prima e si butto' nel traffico.

    Senta, lasciamo perdere disse Barbara.

    Cerchi di tornare in fretta a casa mia.

    Sono molto stanca.

    La strada se la ricorda? L'uomo rise.

    Io cio' tutta Roma dentro a capoccia, signori'! So' quarant'anni che faccio er tassista a 'sta citta' der cazzo, mica 'n giorno.

    Be', mi scusi disse Barbara.

    Ecco la prima parte di un racconto, se dovesse raccogliere qualche consenso, pubblicherò il seguito.

    Il figlio maschio Tornavo al sud ormai solo durante le ferie estive, andavo a trovare la mia vecchia madre ed era l’occasione per ritrovare gli amici FREE

    PORN VIDEO di un tempo e ricordare le avventure, soprattutto amorose, dell’adolescenza.

    Era anche l’occasione per rivedere Augustina, la ragazza che aiutava mia madre in casa a fare i mestieri; a dir la verità neanche lei era più una ragazza, doveva ormai essere sui trenta, appena qualche anno più giovane di me.

    “Buongiorno signorino” mi salutò appena mi intravide davanti all’uscio di casa “Avete fatto un buon viaggio?” “Ciao Augustina” era più bella di prima, bruna con gli occhi scuri e i capelli lunghi e ricci raccolti dietro la nuca.

    Di Augustina mi aveva sempre intrigato la possanza fisica, non che fosse grassa, ma il suo corpo esprimeva pienamente la forza e la sensualità di una contadina nel pieno vigore della gioventù.

    Grande seno e un culo assolutamente fantastico.

    “Signora è arrivato il signorino” urlò gioiosa per avvertire mia madre.

    Seguirono I soliti convenevoli, con le solite visite ai parenti e agli amici, sempre desiderosi di sapere come fosse la vita al Nord per uno che ormai si era affermato professionalmente e socialmente e che doveva necessariamente fare una vita di quelle che si vedono in tv.

    La mia mente era invece in uno stato di stallo, fissa su Augustina e il suo sorriso ingenuo; non mi aveva mai sfiorato l’idea di un approccio sessuale nei suoi confronti, ero sempre stato estremamente formale con lei, pur provando un affetto quasi fraterno.

    Probabilmente mia madre l’aveva sempre tenuta a distanza di sicurezza da me, redarguendola ogni qualvolta un suo atteggiamento o un vestitino particolare avessero potuto distrarmi dallo studio o dal lavoro.

    Tornai a casa prima del previsto, in anticipo sull’ora di pranzo.

    Augustina era intenta a preparare il pranzo e mia madre era andata a trovare una vicina.

    E cosi', era arrivata a casa di questo Marco.

    Barbara se lo ricordava solo vagamente, compagni d'universita'.

    Lui sempre in giro per i corridoi della Facolta', indaffaratissimo, con fasci di libri sottobraccio e neanche uno straccio d'amico.

    Lei che lo incrociava di tanto in tanto, qualche parola, ma lui andava sempre di fretta, e solo una volta le aveva chiesto di aiutarlo a preparare un esame.

    Strano tipo, effettivamente.

    Di certo non brutto, forse neanche stupido come poteva apparire.

    Lui si era laureato due anni prima di lei, e si erano iscritti assieme.

    Poi, chi l'aveva piu' visto in giro? Magari partito per il servizio militare.

    E lei, subito imbucata dal padre in quella banca di merda.

    Nella borsetta, obbligatoriamente, la sua tessera di partito.

    Ma la cosa finiva li'.

    E lui? Aveva trovato il portone aperto ed era entrata.

    Mentre saliva le scale, soprappensiero, mise male un tacco sul gradino e rischio' di rotolare di sotto.

    Si resse alla ringhiera, imprecando.

    Cominciava bene.

    Controllo' il tacco, e le calze.

    Tutto a posto, sembrava.

    Arrivo' al suo portone, suono'.

    Cerco' di mettere su un sorriso disinvolto.

    Lui apri' pochi istanti dopo, senza neanche chiedere prima.

    Era un bel ragazzone alto, non eccessivamente robusto, dai folti capelli biondi.

    Aveva aperto uno spiraglio di porta, s'era affacciato ed era rimasto interdetto a guardare lei.

    Ciao, Marco! disse radiosamente Barbara.

    Ti ricordi di me? aggiunse poi, sentendosi molto sciocca.

    Lui stento', quasi fosse molto miope, nonostante non portasse gli occhiali.

    La guardo' velocemente da cima a fondo.

    Poi azzardo': Barbara? Si', io! disse.

    Quella dell'universita'.

    Marco si illumino' in volto.

    Mi ricordo, mi ricordo perfettamente! esclamo'.

    Sembrava molto scosso, anche se felice.

    Entra, dai! Che piacere! Lei, ridendo e dicendo permesso, entro' PORNSTARS nell'appartamento e lui chiuse la porta.

    Quanto tempo! disse lui.

    Quanto tempo e' passato.

    Eh gia'.

    Due anni, mi pare.

    Rideva molto, scioccamente.

    Non sapeva cos'altro fare.

    E cosi', era arrivata a casa di questo Marco.

    Barbara se lo ricordava solo vagamente, compagni d'universita'.

    Lui sempre in giro per i corridoi della Facolta', indaffaratissimo, con fasci di libri sottobraccio e neanche uno straccio d'amico.

    Lei che lo incrociava di tanto in tanto, qualche parola, ma lui andava sempre di fretta, e solo una volta le aveva chiesto di aiutarlo a preparare un esame.

    Strano tipo, effettivamente.

    Di certo non brutto, forse neanche stupido come poteva apparire.

    Lui si era laureato due anni prima di lei, e si erano iscritti assieme.

    Poi, chi l'aveva piu' visto in giro? Magari partito per il servizio militare.

    E lei, subito imbucata dal padre in quella banca di merda.

    Nella borsetta, obbligatoriamente, la sua tessera di partito.

    Ma la cosa finiva li'.

    E lui? Aveva trovato il portone aperto ed era entrata.

    Mentre saliva le scale, soprappensiero, mise male un tacco sul gradino e rischio' di rotolare di sotto.

    Si resse alla ringhiera, imprecando.

    Cominciava bene.

    Controllo' il tacco, e le calze.

    Tutto a posto, sembrava.

    Arrivo' al suo portone, suono'.

    Cerco' di mettere su un sorriso disinvolto.

    Lui apri' pochi istanti dopo, senza neanche chiedere prima.

    Era un bel ragazzone alto, non eccessivamente robusto, dai folti capelli biondi.

    Aveva aperto uno spiraglio di porta, s'era affacciato ed era rimasto interdetto a guardare lei.

    Ciao, Marco! disse radiosamente Barbara.

    Ti ricordi di me? aggiunse poi, sentendosi molto sciocca.

    Lui stento', quasi fosse molto miope, nonostante non portasse gli occhiali.

    La guardo' velocemente da cima a fondo.

    Poi azzardo': Barbara? Si', io! disse.

    Quella dell'universita'.

    Marco si illumino' in volto.

    Mi ricordo, mi ricordo perfettamente! esclamo'.

    Sembrava molto scosso, anche se felice.

    Entra, dai! Che piacere! Lei, ridendo e dicendo permesso, entro' PORNSTARS nell'appartamento e lui chiuse la porta.

    Quanto tempo! disse lui.

    Quanto tempo e' passato.

    Eh gia'.

    Due anni, mi pare.

    Rideva molto, scioccamente.

    Non sapeva cos'altro fare.

    Prese la borsa e tiro' fuori i collant che le aveva comprato Marco.

    Per essere un uomo, aveva buoni gusti in materia di calze, si disse.

    Tiro' fuori le quattro confezioni.

    Dunque: due velati, uno di cotone, uno effetto lucido.

    Quale avrebbe indossato? Rimase a pensarci un pochino, poi prese quello di cotone e lo tolse dalla confezione.

    Sedette in soggiorno, sul divano, chinandosi in avanti.

    Arrotolo' il collant, lo calzo' ai piedi e in fretta se lo srotolo' sulle gambe infreddolite.

    Era molto elastico e pesante, di un bel color castoro semicoprente, e teneva molto caldo.

    Mentre lo indossava, Barbara ripenso' con vergogna allo spettacolo offerto a Marco di lei che s'infilava sontuosamente le calze; aveva davvero fatto una cazzata a prestarsi.

    Solo l'eccitazione le aveva permesso di concedergli quella cosa.

    Non le importava tanto di essere stata inculata a freddo e impiastrata di sperma dappertutto, quanto di aver perduto la dignita' assecondando le smanie di un pazzo feticista.

    Si reco' in camera da letto e dal guardaroba trasse un ampio tubino di maglia che le arrivava poco sotto i glutei.

    Lo portava spesso quando era in casa, ma non aveva mai avuto il coraggio di uscirci.

    Presumeva che con quello le si vedessero senza sforzo le mutande.

    Tolse l'accappatoio e l'indosso'.

    Il pigiama avrebbe aspettato; le era passato il sonno.

    Infilo' le pantofole e col collant che frusciava si reco' in cucina.

    Accese il televisore e tiro' fuori dal frigo tutto quello che c'era di pronto.

    Malgrado si sforzasse di seguire la trasmissione in TV, mentre mangiava non poteva fare a meno di pensare a Marco e, di riflesso, a quell'assurdo sabato che aveva appena trascorso.

    Con tutto quello che le era capitato, non riusciva a capire come non fosse impazzita davvero, e come adesso si trovasse tranquillamente a mangiare anziche' dallo psichiatra.

    Ora, il suo unico desiderio era quello di andarsene a letto per fare in modo che quel sabato da manicomio finisse sul serio.

    La domenica, senza dubbio, l'avrebbe rilassata.

    Ci ritrovammo l’indomani seduti sul divano della sala.

    “Mi raccomando signorino, non usate parole difficili” mi raccomandò.

    “Non ti preoccupare Augustina” la rassicurai “A decidere il sesso è il maschio” iniziai “infatti a seconda del tipo di cromosoma fornito.” “lo sapevo” mi interruppe Augustina “non capisco già niente di GANGBANG

    PICS quello che dite” Mi scusai e ricominciai spiegandole in breve che il responsabile del sesso del nascituro è il maschio e solo usando una tecnica opportuna si può pilotare la scelta.

    “Ditemi cosa devo fare” mi chiese Augustina Decisi di puntare al sodo “Augustina, lo hai mai preso nel culo ?” il viso di Augustina avvampò.

    “Cosa dite signorino” rispose scandalizzata “queste cose non si fanno, sono contro natura” “Nel nostro caso sarà di ausilio alla natura perché l’aiuteremo a fare il suo corso” dissi mentendo spudoratamente e godendo dello sfoggio di bugie che le stavo propinando.

    “Lo sfintere anale massaggerà il pene in modo da agire nello sperma e quindi negli spermatozoi selezionando solo quelli portatori del cromosoma Y, cioè quelli in grado di concepire il maschio” perseverai con tono severo.

    “Quando il pene sarà prossimo alla eiaculazione, verrà introdotto nella vagina dove scaricherà solo quegli spermatozoi adatti al concepimento del maschio…” “Se lo dite voi…ditemi quello che devo fare” rispose Augustina intontita dalla spiegazione, consapevole solo del fatto che per dare a Salvatore il figlio tanto desiderato avrebbe dovuto fare una cosa per cui aveva sempre provato schifo e vergogna.

    “Domani è il giorno adatto, faremo tutto qui, ho già il necessario in borsa, ti prescriverò un clistere che dovrai fare prima di venire qui, mi raccomando la massima discrezione”.

    Augustina prese la prescrizione e mi salutò ringraziandomi con gli occhi bassi, non sembrava entusiasta come prima.

    Ho solo una gran fretta di rientrare.

    A capisco, sapesse quanta ggente e' passata su quer sedile.

    omini, donne, regazzini, tutti che cianno sempre 'na fretta boia quanno stanno seduti li'.

    Tanto e' inutile core, signori', do' vo' ariva', a fine nostra e' sempre quella, che se crede? Ma io.

    Nun se preoccupi, signori'.

    se vede che nun e' piu' come prima.

    er lavoro, eh? Eh gia' sorrise Barbara.

    Un cliente un po' esigente.

    Improvvisamente l'uomo scoppio' a ridere.

    E l'avevo capito, io.

    n'ora de lavoro.

    Chissa' che ja' chiesto, quello.

    Ehi, salto' su Barbara avvampando.

    Che cosa vorrebbe dire? Sta scherzando, spero.

    Mamma mia, signori', e che ho detto! E' lei che pensa subito male: se sa che a gente oggi e' incontentabile, che nullo so, sapesse e richieste che me fanno a me tante vorte.

    Bisogna ave' pazzienza e esse professionali, come se dice, strigne li denti e anna' avanti.

    Appunto.

    Dovevo aprire una polizza assicurativa un po' impegnativa, e ho usato il mestiere.

    Ognuno sa fare il suo, non crede? Me sa che lei er suo o sa fa' pure troppo bene, disse il tassista.

    L'anima de li mortacci tua! urlo' all'improvviso al conduttore di un furgoncino che gli aveva tagliato la strada per girare a sinistra.

    Te piasse n'corpo, 'mbranato.

    Ma tu guarda che razza de fii de 'na mignotta ce stanno 'n giro.

    Poi dice l'incidenti.

    E te credo.

    Barbara si appoggio' al finestrino.

    Era distrutta, le facevano male le gambe e aveva la schiena indolenzita.

    In bocca sentiva ancora il sapore dello sperma di Marco.

    Aveva solo voglia di una lunghissima doccia calda.

    Comunque signori', je posso di' 'na cosa? fece il tassista, seriamente, dopo qualche minuto di silenzio.

    Cosa? disse lei.

    Me scusi, sa, se joo dico.

    Ma quaa chiazza lucida 'ntorno aa bocca.

    Saa levi, je ce sta male.

    O dico pe' lei.

    In un istante di puro terrore, Barbara si guardo' nello specchietto dell'abitacolo.

    Barbara attraverso' l'androne velocemente e non prese l'ascensore per paura di incontrarvi qualcuno dentro.

    Dopotutto si sentiva abbastanza malridotta.

    Fece le due rampe di scale che la separavano dal suo appartamento, tiro' fuori la chiave dalla borsetta ed entro'.

    C'era buio.

    Tutte le finestre erano chiuse e le tapparelle abbassate.

    Accese la luce del corridoio.

    Un'ombra.

    Dove? Sembrava aver attraversato il corridoio ed essere entrata in camera da letto.

    Barbara sussulto'.

    Immaginazione, si disse.

    Un'ombra, che assurdita'.

    In casa sua, in pieno giorno.

    Si reco' in cucina e spalanco' completamente la finestra.

    Il sole invase la stanza facendo risplendere gli ottoni e i metalli.

    Sotto di lei, il traffico di Roma, i marciapiedi pieni di gente, il trambusto di sempre.

    Ma quell'ombra.

    Accese il televisore.

    Sul canale memorizzato c'era una soap opera.

    Le erano sempre piaciute le soap opera.

    Alzo' il volume.

    Seguendo distrattamente i dialoghi, si tolse le scarpe e comincio' a spogliarsi.

    Faticosamente sfilo' la minigonna, poi tiro' giu' il collant.

    Tolse anche la camicia e il reggiseno.

    Quell'ombra.

    Getto' gli indumenti smessi nel cesto della biancheria sporca e con le sole mutandine sporche addosso si reco' in bagno, lasciando il televisore acceso e col volume alto.

    Il pavimento era ghiacciato sotto i piedi scalzi e l'atmosfera stessa dell'appartamento le sembrava fredda e ostile.

    Passando davanti alla porta della stanza da letto, si giro' da quella parte.

    Non c'era nessuno.

    Si chiuse in bagno e fece una lunghissima doccia calda, lavandosi meticolosamente la vagina e il sedere.

    Lo scrosciare dell'acqua copriva quasi completamente l'audio del televisore, ma non le importava troppo.

    Voleva solo purificarsi dopo quello che aveva fatto.

    Usci' avvolgendosi in un ampio accappatoio.

    Si vesti' in cucina, davanti al televisore acceso, seguendo il teleromanzo.

    Mise su uno slip piccolissimo, un reggiseno nuovo e un leggero collant blu sul quale fece scorrere uno strettissimo paio di jeans elasticizzati.

    Ho DEL

    SESSO DELLA FOTO voglia di allungare lo sguardo a lungo campo, verso un'orizzonte lontanissimo che mi faccia riposare mente e muscoli ottici.

    Guardo invece i miei allievi intenti a digitare gli ultimi paragrafi.

    L' esercizio di stasera era particolarmente impegnativo ma, del resto siamo quasi a fine anno.

    Lo voglionoIo ce la metto tutta nel mio lavoro.

    Amo queste macchine al silicio da molti anni, da quando fare la softwarista era considerato un lavoro assolutamente strano.

    Vallo a spiegare alla zia Rosa che cavolo di mestiere facessi! Ma adesso ormai tutto il parentado ha compreso che la piccolina di famiglia lavora coi computer.

    Ne vanno persino orgogliosi.

    Mica una ragazza qualunque la nostra!, replicano a chiunque li interroghi su come io mi guadagni i soldini per vestirmi con tanto stile.

    'sto diploma o no? Mah! Alla fine - mi dico - ci perdono loro se non mi vogliono dar retta.

    Dovranno rendersene conto prima o poi; i computer sono già dentro di noi.

    E' meglio saperlo per tempo, cari ragazzi miei.

    Ricordate, non è il mezzo che fa danni ma chi lo usa male.

    Imparate a conoscere questi strumenti meravigliosi e potrete essere fra coloro che li useranno per vivere meglio e far vivere meglio.

    Ho DEL

    SESSO DELLA FOTO voglia di allungare lo sguardo a lungo campo, verso un'orizzonte lontanissimo che mi faccia riposare mente e muscoli ottici.

    Guardo invece i miei allievi intenti a digitare gli ultimi paragrafi.

    L' esercizio di stasera era particolarmente impegnativo ma, del resto siamo quasi a fine anno.

    Lo voglionoIo ce la metto tutta nel mio lavoro.

    Amo queste macchine al silicio da molti anni, da quando fare la softwarista era considerato un lavoro assolutamente strano.

    Vallo a spiegare alla zia Rosa che cavolo di mestiere facessi! Ma adesso ormai tutto il parentado ha compreso che la piccolina di famiglia lavora coi computer.

    Ne vanno persino orgogliosi.

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    'sto diploma o no? Mah! Alla fine - mi dico - ci perdono loro se non mi vogliono dar retta.

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